UN “CHIODO” FISSO? E PERCHE’ MAI?

Intendiamoci: non è che la storia del giubbotto di pelle sia un continuo “chiodo scaccia chiodo”, ma neppure la decennale sopravvivenza di un “chiodo” fisso, cioè con caratteristiche e significato uguali a quando il termine fu coniato.

Già: quando? Ma anche: dove?
La definizione, tutta italiana, trae spunto da una fase precisa della storia di questo capo: una fase che se è molto lontana dalle origini del pezzo, è distante anni luce dalla diffusione che ha oggi. Eppure, già il nome di battesimo di questo prodotto lasciava presagire un roseo futuro: “Perfecto”, di fatto, lo sarebbe diventato per ogni occasione.

schott bros

L’ispirazione iniziale, in realtà, fu la marca di sigari preferita da Irvin Schott, proprietario – insieme al fratello Jack – della società di abbigliamento statunitense SCHOTT NYC, che da quel momento abbandonò la tradizionale produzione di impermeabili. Convinto della necessità di rinnovarsi, e di farlo all’insegna della cultura americana, Irvin aveva infatti deciso di sfruttarne uno dei simboli di maggior successo: la motocicletta.

perfecto 613Non è un caso che sia stato un rivenditore di Harley Davidson ad acquistare, nel 1928, il primo giubbotto di casa Schott: stiamo parlando del modello 613, definito anche “One star” per la presenza di una stella su ogni spallina.

Ma l’iniziale apprezzamento del giubbotto di pelle da parte dei motociclisti non si basava su ragioni superficiali, bensì sulla combinazione vincente di materiale e design: se la resistenza della pelle di cavallo ne faceva un degno compagno d’avventure, le cerniere sul davanti e sulle maniche fornivano un’efficace protezione dalle intemperie, mentre quelle delle tasche consentivano di chiuderle ermeticamente.

A queste specifiche tecniche si aggiunse, a partire dagli anni ’50, l’immaginario cinematografico e musicale e, di conseguenza, la nascita di subculture che da questi due mondi traevano i propri idoli.

Il primo fu Marlon Brando, protagonista de “Il Selvaggio” (1953), che divenne il riferimento stilistico indiscusso dei Bikers non solo per la customizzazione delle moto inglesi, ma anche per la divisa composta da t-shirt bianca, jeans (Levi’s 501) con risvolto, stivali Frye o Walker oltre – naturalmente – al giubbotto 618: secondo modello di casa Schott, era identico al precedente eccetto per l’assenza delle stelle decorative. Come simbolo di generazioni di adolescenti ribelli, il chiodo sopravvisse ed ebbe molta fortuna, a partire da due subculture accomunate dalla passione per la novità musicale degli anni ’50 – il rock’n’roll – ma diverse per provenienza: i Rockers, inglesi, e i Greasers, born in USA e rivitalizzati nei 70s grazie ancora una volta a degli astri nascenti nel panorama cinematografico-televisivo, tra cui la coppia Danny&Sandy di Grease.

Proprio a partire dalla metà degli anni ’70 – e fino alla metà degli ottanta – il giubbotto di pelle, ormai realizzato in pelle di bue e dotato di snaps (automatici sotto al colletto, per evitare che sbattesse nelle corse ad alta velocità), divenne prerogativa dei Punk londinesi, capitanati da band come Sex Pistols e Ramones. Persa l’originaria connessione con il mondo della motocicletta, la Schott NYC seppe rinnovarsi ulteriormente: decorata con borchie, catene ed accessori -ed inserita in un look total leather ed unisex – la rivisitazione “imperfetta” del Perfecto consentì all’azienda di mantenere un ruolo leader nel settore, giustificando al contempo la definizione italiana di “chiodo” (corrispondente alla “studded jacket” inglese).
Oggi, mentre il termine ha smesso di indicare un modello preciso, il capo è emerso dalla nicchia della subcultura per diventare un pezzo apprezzato trasversalmente.

La tenuta con jeans e maglietta sopravvive, ma come basic look: per energizzarla, recuperando l’originario portato trasgressivo, fondamentale taglio e lavorazione del tessuto, guarnizioni e atteggiamento. Ad accostamenti più aggressivi, maggiormente coerenti dal punto di vista storico, fanno da contraltare abbinamenti con elementi del guardaroba diametralmente opposti: lei, che dagli anni ’90 può beneficiare di pezzi più sagomati ed aderenti, lo indossa sopra un vestito bon ton al posto di una giacca Chanel; lui, invece, lo sceglie come alternativo “terzo pezzo” nel completo giacca/camicia/ pantaloni. Capo da mattina a sera, adatto a chi le corse se le fa quotidianamente, con il mezzo che preferisce: dalle sneakers ai tacchi alti, senza discriminazione di sorta.

Addirittura, c’è chi questa natura passepartout l’ha sfruttata in due collezione consecutive, creando degli interessanti cortocircuiti. Si tratta di Moschino, che per l’autunno 2014 ha trasformato il giubbotto di pelle in accessorio, lanciando satchel bag e tracolline ispirate ai primi Perfecto ma con uno stile quasi cartoon , mentre, per la P/E 2015, l’ha declinato in rosa shoking e reso cortissimo e stritolante, per un barbie look dai “risvolti” bondage. Un “chiodo” fisso? Sì, ma solo in testa!

(MR)

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