Primi freddi? Ci vuole una risposta “trenchant”!

d rings e bretelle

Arriva Settembre e comincia la corsa agli armamenti – contro il maltempo, s’intende.
Pur non volendo ricorrere all’artiglieria pesante, molti scelgono un capo che di battaglie ne ha viste davvero: stiamo parlando del trench – “trench coat”. Ai più potrebbe sembrare che vogliamo fare il verso alla presentazione di James Bond, invece la precisazione è importante: il significato del nome completo, infatti, è quello di “cappotto da trincea”. Voluto dall’esercito inglese come capo opzionale alla dotazione per il fronte, il trench doveva riparare dalle intemperie (pioggia e vento) e fu progettato in ogni dettaglio perché fosse utile a questo scopo. Dalla chiusura a doppiopetto di ben dieci bottoni – dotata di falda triangolare sovrapposta – al sottogola, dalla cintura in vita ai cinturini sui polsi, alla lunghezza fino al ginocchio: tutto, ma proprio tutto, puntava alla massima copertura. Uniche aperture, le due ampie tasche laterali costituivano un vano di trasporto molto utile, spesso utilizzato per le grandi mappe strategiche.

Un design innovativo, il cui merito va all’azienda che, fin dalla sua apertura – avvenuta nel 1865 – ha fatto del trench il suo vessillo: Burberry. Una paternità discussa, reclamata da un’altra azienda inglese – Aquascutum – che da sempre sostiene di aver progettato qualcosa di simile prima ancora che la Burberry fosse fondata. Forse fu tutta questione di scaltrezza: era il 1901 quando Thomas Burberry, creatore dell’impero della maison, inviò al United Kingdom War Office la proposta di un nuovo modello di impermeabile, sostitutivo del “serge greatcoats”, l’antichissimo cappotto di lana usato nell’esercito per proteggersi: la novità, oltre che nel modello, risiedeva nell’uso di un nuovo materiale, la gabardine – rigorsamente color kakhi – che solo l’azienda Burberry utilizzava.

Il “battesimo del fuoco”, per il trench coat, si ebbe con la prima guerra mondiale, ma fu il secondo conflitto ad estenderne l’utilizzo nel mondo: prima USA e Unione Sovietica, poi gli altri eserciti europei, decisero di adottarlo – pur preferendo accorciarlo leggermente, per consentire una migliore libertà di movimento.

Fu durante il periodo interbellico che il trench, sfoggiato – stavolta per strada – dagli ex soldati, cominciò ad entrare nel guardaroba civile, talvolta perdendo alcuni elementi funzionali nel contesto militare: i cinturini sulle spalle, ad esempio – usati per appuntare i gradi – oppure i “D-rings”, ganci metallici cui, secondo la leggenda, venivano agganciate le granate. Reso dapprima immortale da personaggi del cinema, dentro e fuori la scena – da Humprey Bogart di Casablanca all’ispettore Cluseau, ad Audrey Hepburn –, negli anni ’60 il trench viene accolto dalla divisa dell’intellettuale e da quella, diametralmente opposta, dei mods: a questo punto, giovani e non, uomini e donne, avevano trovato un mito o un’idea che ne giustificassero l’utilizzo.

Col tempo, entrato nel circuito della moda, l’impermeabile color kakhi è stato riedito secondo il gusto di designer e stilisti. Declinato in mille colori, ottenuto da mille tessuti, è risultato all’occasione basico e tradizionale, dall’allure classica; eccentrico ed iridescente in colori fluo, metalizzati o in tessuti laccati; aggressivo, cupo e addirittura inquietante in pelle, soprattutto se nero Matrix; all’opposto, sbarazzino, romantico o sfuggente, a seconda delle stampe che riportava.

Ancora oggi, la guerra alle varianti non è finita: lo dimostra la P/E 2015, che alterna la nonchalance di Max Mara al post war look di Acne Studios, la primavera di Bottega Veneta al futurismo di Calvin Klein. E se i fans del trench come capo outwear non smetteno di tirare su nuove leve, non manca chi di recente lo propone come vestito a sé, come dress code tutto da scoprire e sperimentare: dalle fashion bloggers a Rihanna, per arrivare al duetto Moss-Delevingne nello spot dell’ultimo profumo Burberry.

my burberry

Settembre #nontitemo: basta avere la risposta giusta. Una risposta “trenchant”!

(MR)

 

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