THE GLAMOUR OF ITALIAN FASHION: GIANFRANCO FERRÉ

“Nel lessico contemporaneo dell’eleganza mi piace pensare che la mia camicia bianca sia un termine di uso universale. Che però ognuno pronuncia come vuole” – diceva Gianfranco Ferré, che di universali – nel vocabolario della moda passata e presente – ha ben due definizioni: “Architetto della moda” e “Gran Lombardo”. Due appellativi che risultano complementari, riferiti come sono ad uno dei cavalli di battaglia del pret-à-porter italiano – quel segmento della moda che trova proprio in Milano la sua terra d’origine e che proprio all’architettura si accomuna strettamente, condividendone il legame con il design e la progettazione industriale.

Un legame che in Ferré si fa ancora più evidente: come i migliori architetti, anch’egli abbraccia con entusiasmo la sfida di rivisitare gli elementi tradizionali del proprio settore, i “luoghi” più diffusamente abitati dall’uomo. Uno tra tutti: la camicia bianca.

Non un demiurgo o un visionario dunque, nemmeno un cacciatore di tendenze, piuttosto un interprete lucido ed orgoglioso, che “contro un vago e improvvisato creatore” preferisce “un progettista rigoroso e controllato”, convinto com’è che “in tema di abbigliamento resti davvero poco da inventare: viceversa il lavoro dello stilista è ormai diventato quello di confezionare in forme nuove tutto quanto è già stato fatto.”

 

Ed il contributo di Ferré, partendo proprio da quanto già stabilito, risiede nella sua versione della camicia – per parafrase il titolo di una mostra da poco conclusasi al museo del tessuto di Prato (ferre.museodeltessuto.it): privata di quella tradizionale asetticità che le derivava dall’essere “il quarto elemento” della divisa maschile, la camicia di Ferré diventa uno strumento di seduzione versatile. Versatile&femminile.

Una conclusione che rivela un approccio non solo analitico, ma anche materico: partendo dall’analisi dello stato “attuale” del sistema moda – comprese le declinazioni di quella “femminilità rivendicata” tipica degli anni ’80 – e dalla gamma di tessuti disponibili, combina fibra a fibra: quella tessile a quella personale. Il tutto, supportato dalla sapienza del suo taglio – e dettaglio.
Così, scomponendo e ricomponendo le mille identità di cui la donna e il capo sono capaci, la camicia può diventare “fluttuante come una vela al vento, o modellata sul corpo o addirittura stretch e trasparente nel busto”, aumentando la sua capacità distintiva attraverso la rielaborazione di colletto e polsini.

Agli esordi, c’era stato il minimalismo: “linee semplici e pulite in uno sportswear raffinato”, avrebbe commentato la Mellow, giornalista di Vogue, di fronte alla prima collezione del 1978. Una perfetta sintesi di “sogno, immaginazione e tensione a mettere dentro un vestito le suggestioni che questo deve trasmettere” e “la continua ricerca della soluzione ai problemi tecnici”.

Agli esordi, c’era stato il minimalismo: “linee semplici e pulite in uno sportswear raffinato”, avrebbe commentato la Mellow, giornalista di Vogue, di fronte alla prima collezione del 1978. Una perfetta sintesi di “sogno, immaginazione e tensione a mettere dentro un vestito le suggestioni che questo deve trasmettere” e “la continua ricerca della soluzione ai problemi tecnici”.

Su queste premesse, il cambiamento del 1989 non poteva passare inosservato: come couturier per Dior, ecco Ferré presentarsi con “uno stile ricco e voluttuoso, ammirato per la sua eleganza e spettacolarità”. Più che un battesimo del fuoco, il segno dell’apnea: un’apnea da quei contenuti personali la cui libera espressione è consentita solo dal ritorno sotto il suo nome, la sua firma – al cui riparo resterà fino al 2007.

Un ritorno alla rivoluzione, per usare un ossimoro – come quello da cui Ferré è partito: la camicia bianca femminile.

(MR)

 

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Un pensiero su “THE GLAMOUR OF ITALIAN FASHION: GIANFRANCO FERRÉ

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