THE GLAMOUR OF ITALIAN FASHION: FENDI

“Non capisco a che vi servono tutte queste borse: ne prendete una, ci mettete dentro la vostra robaccia e via, no?”. No, fortunatamente: se fosse andata da sempre come voleva Nate – ragazzo di Andrea ne “Il diavolo veste Prada” – con tutta probabilità la borsa non sarebbe diventato uno dei territori d’eccellenza del Made in Italy e palestra di stilisti e designer di fama internazionale.
Tanto per rendere l’idea, si può legittimamente pensare che non sarebbe esistita casa Fendi, faro romano della moda italiana, partito come luce di un’insegna modesta in via del Plebiscito e illuminazione geniale di un collaboratore d’eccezione.

V&A STILISTI - FENDI - NEGOZIO

Alle origini del successo Fendi, infatti, troviamo non solo un piccolo negozio di borse della capitale – aperto nel 1925 insieme ad un laboratorio di pellicceria – , ma anche l’inizio della partecipazione, esattamente 40 anni dopo, di Karl Lagerfeld. Un coinvolgimento di cui si fece promotore la “seconda generazione Fendi”, Anna tra tutte: seconda di cinque sorelle, insieme con le altre era stata coinvolta giovanissima nell’attività di famiglia e, morti i genitori, aveva assunto un ruolo e mansioni ben precisi.

 

Sotto la sua supervisione, Lagerfeld svecchia il concetto di borsa: non più status symbol, acquisto singolo ed esemplare monotono, ma strumento funzionale, esteticamente molteplice, sempre riconoscibile. Tra gli anni ’60 e gli anni ’80, parallelamente all’aumento delle lavorazioni del pellame e alla creazione di nuovi modelli, si definiscono infatti anche gli elementi formali caratteristici della maison: tra questi, la doppia F nera e fango, destinata a diventare il primo marchio famoso del Made in Italy. Diventa facile, allora, orientarsi tra pellami intrecciati, tinti e stampati e associare a Fendi l’effetto graffiato della “granapaglia”, così come imparare i nomi delle linee.

Prima tra tutte, “Selleria”, omaggio alla tradizione tout court: della maison (di cui fa parte dal 1938), della produzione dei sellai (da cui riprende il procedimento artigianale), del territorio romano (cui attinge per il cuoio). Dopo di questa, sarà la volta di Astrologia e Pasta, con le loro stampe tematiche, e poi di Giano, bifronte di nome e di fatto, progenitrice delle due icon bags della maison: la Baguette (per il il piccolo formato e le colorazioni vivaci) e la Peekaboo (che ne riprende e rielabora il dualismo formale), entrambe di Silvia Venturini.

È il 1997: la figlia ed erede della passione di Anna Fendi affianca Lagerfeld e crea un prodotto virale, “da portare sotto braccio” in tutto il mondo “come il pane francese da cui prende il nome” e da collezionare nelle sue mille (effettive) varianti. Un numero destinato ad aumentare con la Peekaboo, classe 2009, che ha fatto delle infinite possibilità combinatorie il suo tratto principale e la ragione del suo nome, sintesi della sorpresa che ogni volta è in grado di suscitare. Forse è proprio questo il vero “marchio” Fendi: la sua capacità di vivere “per essere meraviglia ed ammirazione del suo tempo”

(MR)

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