THE GLAMOUR OF ITALIAN FASHION: MOSCHINO

V&A STILISTI - FRANCO MOSCHINO

“Non c’è creatività senza caos”: diceva Franco Moschino, e nel dirlo sintetizzava non soltanto il filo conduttore della sua prassi creativa, ma della sua stessa biografia.
Si forma e si vede pittore (continuando ad essere lontano dai riflettori), si trasforma in illustratore per Versace e si reinventa come designer, dapprima collaborando per la griffe Cadette, poi dando vita alla griffe che porta il suo cognome: tra 1983 e 1984, donne e uomini milanesi assistono alla sfilata che stravolgerà il loro concetto di eleganza – e quello dell’intero mondo della moda.
Ciò che viene loro servito è il menu di “un ristorante che cerca di fare bene dei piatti classici inventati da chissà quale cuoco”: uno chef onnivoro, che sfoglia il ricettario estetico contemporaneo attingendo alla tradizione come alla contemporaneità ed affila, uno dietro l’altro, “ibridi carichi di humor”.

Si passa così “dai tailleur Chanel con le girandole al posto dei bottoni” e i “top con seni ricamati a trompe-l’oeil” ai capispalla scomposti in un patchwork improbabile di fantasie eccentriche o alle gonne a pieghe fatte di cravatte. Un’ironia travolgente, nel senso più letterale del termine: bersagli, però, non sono solo singole personalità della moda, ma l’intero fashion system – casa Moschino compresa. Così, se al grido “Stop the fashion system” fa seguire la denuncia dei suoi stereotipi e delle sue contraddizioni – tra slogan come “no stress no dress” urlati sulle magliette, prezzi da capogiro stampati su semplici tubini neri e abiti eleganti disturbati da enormi oche applicate – Moschino non abbandona il campo: continua la sua produzione, ma non ne risparmia niente.

Le sue t-shirt lo disprezzano, ostentando la scritta “Moschifo”; le sue borse – a forma di casetta di campagna – lo sbeffeggiano recando l’insegna “Maison Moschino”; la sua nuova linea, “Moschino Cheap&Chic, si autodenigra; l’omonimo profumo trova una testimonial “d’eccezione” nell’immagine di Olivia; le sue modelle, in tenuta da torero, vengono fotografate dando le spalle ai fasti dell’Antica Roma: anche Moschino da il suo personale contributo all’immagine dilagante della donna combattiva, novella gladiatrice che può combattere (o morire).

Ma ridurre il successo di Moschino al suo essere “Enfant Terrible” non gli renderebbe giustizia, anzi: di infantile, di acerbo, Moschino non ha proprio niente, con la sua competenza sartoriale e gusto indiscussi. Il suo merito è stato quello di creare un cortocircuito con degli abiti comunque apprezzabili per tagli e dettagli, oltre che riconoscibili attraverso il massiccio uso delle scritte e l’estetica surrealista. Un’eredità complessa, ma raccolta brillantemente da Jeremy Scott, designer della pre-fall 2014/2015: anche lui – non a caso stagista di Moschino – ha saputo raccogliere
l’immaginario contemporaneo e piegarlo alle proprie esigenze, così come ha saputo proseguire il tono satirico nei confronti dell’ambiente in cui si inscrive. Lo dimostra il lightmotiv della sua prima collezione, ovvero la sovrapposizione tra McDonald e Moschino nell’onnipresente “M” giallo-arancione. Come a dire, ancora una volta – ma aggiornando i tempi -, “stop the (fast)fashion system”.

(MR)

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