La nostra caccia agli Oscar 2

LEO BRINDISI

Un brindisi a Catherine Martin, premiata pochi giorni fa con l’Oscar ai “migliori costumi” per il Grande Gatsby, nella sua quarta riedizione: il film infatti, ispirato all’omonimo libro di Fitzgerald, è stato oggetto di diverse rielaborazioni filmiche (1926, 1949 e 1974) oltre che di un adattamento televisivo nel 2000. E se sembra che curare i costumi di questo best seller porti bene (l’oscar l’aveva già vinto Theoni V. Aldredge, costumista per la pellicola del ’74), per la Martin non si tratta proprio di un colpo di fortuna, anzi: già  pluripremiata per Moulin Rouge (2001) e ancor prima apprezzata per “Romeo + Juliet” (1996), dopo quest’ultimo riconoscimento è diventata la costumista australiana più premiata della storia.

La vera fortuna di Catherine, semmai, è stata quella di aver trovato un unico compagno sia per la vita privata che per quella professionale – Baz Luhrmann, regista di tutti i suoi successi: un’affinità elettiva che da un lato (nutrita dalla bravura e dall’impegno di entrambi) si traduce nella costruzione di universi filmici coerenti; dall’altro, emerge dalla tipologia dei copioni scelti.

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Anche il Grande Gatsby, infatti, è un film con molte scene corali che riproducono un mood di festosità vissuto con apparente spontaneità, talvolta addirittura alimentato, dai personaggi principali (in generale una coppia), ma in realtà condiviso solo parzialmente: così Jay Gatsby, organizzatore dei party più scintillanti della Long Island anni ’20, riesce a rimanere abbagliato solo dalla luce verde sulla costa opposta della baia – dove abita il suo primo grande amore, Daisy, ormai sposata con un altro. Eppure, nessuno dei due rinuncia a curare maniacalmente la sua superficialità – armonizzandosi perfettamente al contesto in cui vive: ricerca dell’abbinamento e dell’accostamento cromatico maniacali per “lui” sbrilluccichio diffuso ma stemperato da accessori fintamente pudichi (dalla veletta al coprispalle) per lei, costituiscono solo uno dei moltissimi esempi di questo atteggiamento.

E se è vero che nel realizzarli la Martin ha avuto una spalla d’eccezione (l’azienda Prada, che le ha aperto le porte del suo archivio storico mettendole a disposizione capi delle collezioni passate come base di partenza per gli adattamenti “d’epoca”), d’altro canto non sarebbe stati possibili senza la sua peculiare capacità di fondere creatività e competenza.
Chi diceva che “non si può ripetere il passato”?

(MR)

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