SIGNAL BOX: BAILEY’S STARDUST

‘My style is nothing. It sounds really pretentious – my way of making everything minimal, just concentrating on the person and getting rid of everything else. It’s just the person I want. That’s the only thing I want. I don’t want anything else.’

In realtà, se pensiamo allo stile come proposta rinnovata di valori costanti, “suona” strano che un’affermazione del genere sia stata fatta da David Bailey: i suoi ritratti sono riconoscibili come pochi altri nel panorama contemporaneo. E non è solo questione di minimalismo, di sfondo bianco pressoché perenne – condiviso da altri fotografi rinomati, come Terry Richardson: si tratta di mettere a “focus” quel guizzo di spontaneità che fa capolino un attimo prima che la posa si disfi, quando si comincia a sentire l’impazienza dello scatto. Una spontaneità che, in quanto tale, se è vero che si declina in modi che variano da persona a persona ogni volta, ogni volta restituisce la stessa sensazione di autenticità.

È tutto questo ad emergere nella più grande retrospettiva mai realizzata su Bailey, inaugurata il 6 Febbraio scorso alla National Gallery di Londra: 250 fotografie,  alcune delle quali inedite, tutte selezionate ad una ad una dall’artista, con una meticolosità che può essere esigenza solo per chi conosce (e ri-conosce) chi c’era dietro lo scatto.

Certo – si potrebbe dire – a molti soggetti Bailey era legato da sentimenti profondi: amore, amicizia, appartenenza. Ma il suo è atteggiamento onnicomprensivo, che attraversa tutte le stanze – organizzate tematicamente – in cui il suo operato si dispiega: non solo quella dedicata alla moglie (“Catherine Bailey”), quelle consacrate ad amici illustri (“Andy and Dalì”, “Rolling Stones”, Jack Nicholson in “Black and white icons”, Terence Donovan e Brian Duffy tra i vari “Artists”, molti uomini “da poster” del pop e del fashion anni ‘60 racchiusi  nella “Box of pin ups”) o ancora la “East end”, focalizzata sul quartiere londinese che a Bailey ha dato i natali.

Alla democraticità (d’ispirazione, di trattamento e di riguardo) è addirittura dedicata una sala a sé, “Democracy” – una raccolta di scatti tra i più recenti, aventi come soggetti semplici visitatori dello studio, nella loro nudità. Ed è questa ricerca di nudità, non tanto (o non solo) fisica quanto simbolica, che lo “spinge”: lo spinge “avanti”, nei posti dove la ritiene più facilmente preservata, mete dei suoi viaggi (ciascuna omaggiata con uno spazio a sé: “Aboriginals” per l’Australia e “Naga Hills” per Nagaland, oltre alle omonime “Delhi”, “Papa Nuova Guinea”, “Sudan”); ma lo spinge anche “indietro”, lontano dal mondo della moda, un mondo che pure gli ha dato la celebrità e il primo amore in un solo colpo (la copertina di Vogue France del 1961, con Jean Shrimpton).


“There’s nothing wrong with being a fashion photographer, but it’s a bit limited”, dice lui – e noi capiamo meglio: è il ruolo del “fotografo da redazionale”, il suo coinvolgimento nella costruzione di un artificio ad essere troppo distante da Bailey. Anche della moda, però, si possono salvare gli individui: non sorprende, allora, di trovare Anna Piaggi, Diane Vreeland, Tom Ford, Yves Saint Laurent e Karl Lagerfeld tra i ritratti della serie “Fashion icons and beauty”. Una bellezza – qui come nelle altre stanze –  “that creates itself”, che si palesa senza pretese: l’unica, forse, è che le venga fatta visita. (MR)

“Bailey’s Stardust” – dal 6 Febbraio al 1 Giugno
National Portrait Gallery (London)

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